Nonostante si parli di risorse ingenti, ma soprattutto di un problema importante come quello degli abusi in famiglia, regioni come Sicilia, Calabria, Molise, Friuli Venezia Giulia, e le province autonome di Trento e Bolzano non hanno dato alcuna informazione sui fondi.
Al contrario ci sono luoghi come Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna dove i governi locali hanno garantito l’accesso alle decisioni compiute.
Dopo aver letto i dati contenuti nel progetto “Donne che contano” avviato da Actionaid, secondo la quale solo 12 amministrazioni regionali su 21 hanno pubblicato on line i documenti che provano le scelte compiute ed aver verificato la mancata trasmissione anche alle Camere, abbiamo presentato un interrogazione indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri per sapere se il Governo non ritenga opportuno intervenire prontamente per trasmettere alle Camere le relazioni annuali sull’attuazione del Piano al fine di monitorare l’utilizzo delle risorse pubbliche destinate a contrastare la violenza sulle donne, così come disposto dal dl 93/2013, promuovendo un’azione di trasparenza nell’assegnazione dei fondi e nella loro gestione.
Giovanni Lo Porto, è stato ucciso il 15 gennaio del 2015 da un drone americano telecomandato nel Nord del Waziristan, in Pakistan vicino al confine con l’Afghanistan.
Lo Porto era stato rapito da Al Qaeda il 19 gennaio del 2012 a Multan, in Pakistan, da un gruppo armato che ha fatto irruzione nell’edificio in cui abitava e lavorava insieme agli altri colleghi. Era responsabile di un progetto finanziato dall’Unione Europea per aiutare le popolazioni alluvionate nel Punjab pachistano. È stato rapito insieme al collega tedesco Bern Mhuelenbeck liberato il 10 ottobre 2014.
Nato a Palermo era project manager per Welthungerhilfe, una ong tedesca che si occupa di cooperazione internazionale. Secondo alcuni testimoni, era stato rapito mentre si trovava nel suo ufficio, in una zona della città dichiarata sicura. Era poi emerso che i sequestratori avevano costretto i due cooperanti a indossare il Salwar Kamiz, l’abito tipico pakistano, per poi portarli via.
Più volte la Farnesina ha fatto capire alla famiglia che c’erano trattative in corso per il suo rilascio. Più volte i contatti si sono persi. Nel novembre scorso la Farnesina ha ricevuto un secondo video in cui Giovanni Lo Porto lanciava un appello per la sua liberazione, la prova in vita per procedere al suo rilascio che sarebbe dovuto avvenire entro l’anno, secondo quanto la Farnesina avrebbe lasciato intendere alla famiglia.
Mentre la Germania era riuscita a far liberare Mhuelenbeck nell’ottobre 2014, l’Italia non è stata in grado di concludere, per più di una volta, la trattativa nonostante tutto l’interesse dei rapitori di tenere in vita gli ostaggi per negoziare. Prova ne è l’aver rischiato per 3 anni di tenere due ostaggi “scomodi” come Lo Porto e Mhuelenbeck.
La notizia della sua morte è arrivata solo il 23 aprile del 2015, quando il presidente Obama – Capo delle Forze Armate Americane -in conferenza stampa si è assunto pubblicamente la colpa della sua uccisione e quella del cittadino americano Warren Weinstein.
Lo Porto era un cittadino italiano e in più un operatore umanitario impegnato nel quadro della politica europea per la cooperazione e l’aiuto umanitario. In questi anni il suo rilascio non è stato mai messo al primo posto dell’agenda politica. L’unica menzione su Lo Porto è stata fatta dal Presidente Mattarella il giorno del suo insediamento, il 3 febbraio 2015 senza sapere che Giovanni Lo Porto era già stato ucciso.
Con l’uccisione del cooperante italiano si aprono due scenari:
– o l’America spara senza sapere chi sta bombardando. Allora si chiama esecuzione sommaria senza processo, lesione dei diritti umani e civili, violazione degli accordi internazionali. In nome della lotta al terrorismo.
– o l’America sapeva a chi stava sparando. E questo sarebbe omicidio di stato, sempre in nome della lotta al terrorismo, dove la morte di persone innocenti si chiama “danno collaterale”.
E’ necessario ed urgente fare luce sulle dinamiche dell’accaduto e sulle responsabilità politiche e penali: del Governo Italiano, che non è riuscito né a liberare né a dare notizie certe su Giovanni Lo Porto nei tre lunghi anni di prigionia; del Governo americano per la sua uccisione; di chi abbia ordinato l’attacco americano.
Chiediamo un’indagine parlamentare per dare risposta a questi interrogativi. Con la morte di Giovanni Lo Porto si rischia di uccidere l’idea di costruire la pace con il rispetto, con il miglioramento della condizione di vita delle persone, con la diffusione dei diritti. Quello che stava facendo Lo Porto in Pakistan.
L’art.11 della Costituzione recita “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione della controversie internazionali”. Accettare di non individuare le responsabilità per la morte di Giovanni diventa un lasciapassare alla guerra. Perché Giovanni Lo Porto, uomo di pace, è stato ucciso da un atto di guerra.
Onorevoli colleghi chiediamo un’ampia sottoscrizione a questa richiesta di chiarimenti sui fatti , anche per rimediare, in parte a ciò che è avvenuto con l’audizione del Ministro Gentiloni alla Camera dei deputati, chiamato a riferire in Aula venerdì 24 Aprile e a parlare di fronte a scranni vuoti.
Dopo che i fatti di Genova e le condanne in appello sono stati seppelliti dalla prescrizione e la corte europea dei diritti dell’uomo ha svergognato l’italia a livello internazionale, oggi si può leggere sui social che poliziotti rivendicano quello che è successo nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.
Non deve più succedere e la prima cosa da fare è accertare le responsabilità politiche e morali, se quelle penali sono andate in prescrizione. Per questo abbiamo presentato un disegno di legge per la istituzione di una “Commissione parlamentare di inchiesta sulle vicende relative ai fatti accaduti a Genova nel luglio 2001, in occasione del vertice G8 e delle manifestazioni del Genoa Social Forum”.
Vorrei che tale richiesta fosse condivisa da tutta la politica italiana, per questo sto chiedendo a tutti i colleghi del Senato di sottoscrivere il disegno di legge e per questo dichiaro la mia disponibilità a a sottoscriverne altri che abbiano analogo obiettivo.
L’importante è investire efficacemente il Parlamento della questione, per avere una verità politica che serva a tutti gli italiani ed in primo luogo alla stragrande maggioranza delle forze dell’ordine leali con la Legge.
Ho visto #lineablu l'”Immobiliare Italo Belga” ha raccontato mezza verità. Molti palermitani affollano le cabine (fino a 8 famiglie ci stanno) e ne fanno la seconda casa estiva.
Chi non ha i soldi per la “tessera” si accalca sulla battigia. A luglio non puoi piantare uno stuzzicadenti senza bucare un telo mare.
Lavoro in Regione siciliana da più di 25 anni. Ho visto molte stagioni e molte “riforme”da funzionario e da sindacalista, ma il clima è rimasto sempre lo stesso: una macchina per creare consenso verso; nessuna attenzione per la quantità e la qualità del lavoro svolto in attuazione della legge, perché il fine politico della macchina è sempre stato lo stesso: produrre arricchimento per chi la gestiva ed i suoi amici e poi tante briciole per i voti, necessari per restare in sella.
Oggi vedo i deputati regionali, appropriatamente capitanati dal Presidente Crocetta e per una volta in uno coi politici renziani, muovere con determinazione contro i dipendenti della Regione.
Cos’è successo?
Una volta che non ci sono più briciole da distribuire ai siciliani, né credibili speranze di far accedere ai ruoli regionali i giovani, che oggi hanno serie difficoltà anche a trovare un lavoro in nero e sottopagato, i politici siciliani hanno capito che il modo per trovare i voti è indicare vittime alla rabbia popolare.
E quali vittime migliori dei loro ex prediletti?
Anche li nessuna differenza tra chi lavorava tanto e bene e chi no, tanto per i disoccupati (comprensibilmente) la differenza è tra chi lavora e chi no, tra chi mangia e chi no.
Curioso (e voluto) che dalla contrapposizione si chiami fuori (tra l’altro ergendosi a giudice e giustiziere) proprio chi questo stato di cose ha provocato e se ne è giovato: politica ed imprenditoria assistita, che oggi si sono pure appropriati delle bandiere dell’antimafia (salvo ogni tanto farsi trovare con le mani nella marmellata).
Che fare? Certo, bisogna riformare la Regione nel modo più rivoluzionario: facendole produrre servizi e non favori. Pagando bene chi produce, e facendo misurare i risultati agli utenti.
Massacrare i diritti acquisiti oggi punisce i regionali, domani costituirà precedente per altri cittadini.
Ma poi posso fare una domanda? Crocetta e i suoi compagni di processione, anche i Torquemada renziani come Davide Faraone hanno dato l’esempio coi propri sacrifici, oppure affidano al sacrificio altrui la rinascita della Regione?
Molti amici mi hanno chiesto se parteciperò alla manifestazione “Verso la costituente” di domani a Firenze.
Ci ho pensato, molto. So che interverranno tante persone che con me hanno condiviso l’esperienza del fallimento del Movimento 5 stelle.
Il punto è che il tentativo di quegli amici ex m5s mi pare si porti dietro tanti limiti che erano propri del Movimento, così come l’ho sperimentato all’opera in Parlamento.
Certo rispetto al m5s si sono fatti importanti passi avanti: al soggetto che si costituirà mancheranno sicuramente due limiti: il veto -paralizzante- verso ogni forma di alleanza e la tutela – insopportabile – dei maturi diarchi i quali stanno ridimensionando il Movimento, portandolo alla misura che ritengono di poter meglio gestire dalla sede di Milano della Casaleggio associati.
Che alle elezioni politiche il M5S fosse cresciuto troppo per i progetti di “fiato sul collo” prefigurati da Casaleggio, spiazzando la regìa milanese, è fin troppo evidente.
Allora quali sono i limiti che temo siano rimasti agli ex m5s che si incontrano domani a Firenze? La mancanza di una visione politica, di un progetto.
Il m5s ha provato a farne a meno e a sostituirlo con poche parole d’ordine e con l’illusione della democrazia diretta. Ora, io stimo troppo i miei ex compagni di Movimento per immaginarli intenti a imbottite di fumo i propri elettori.
Alla democrazia diretta proprio non credo più.
Per realizzarla e quindi per poter diffondere il processo decisionale è necessaria una profonda conoscenza dei temi da regolare e governare. È necessario che dal Parlamento si mettano a disposizione notizie fresche e vere, ma è necessario anche che la gente questi dati li studi e questo è un lavoro duro che richiede voglia e tempo.
In assenza di questi requisiti, lasceremmo le decisioni politiche in mano a poche migliaia di persone, tra le quali molte chiedono ai parlamentari cosa votare perché non hanno avuto tempo e possibilità di approfondire i temi (mi è capitato molte volte quando ero nel Movimento 5 stelle). Che fare allora?
Sono convinto che un’organizzazione politica nuova ed efficace debba produrre in fase iniziale una griglia di scelte che la definisca di fronte a se stessa e agli altri (e questo, in tempi politicamente utili, ne farà necessariamente una forza tendente a destra o a sinistra – qualcosa di culturalmente nuovo si può fare ma i tempi della cultura non sono i mesi, e dire oggi che si è “di centro” è un’elegante elusione).
Se poi si vuole un soggetto realmente diverso dai partiti come sono diventati oggi, bisogna curare che la partecipazione -reale- della base sia vivace ed essenziale.
I partiti sono morti per carenza di democrazia interna, tanto che i #Renzi lamentano il clima soffocante finché sono fuori dalla stanza dei bottoni, ma si trasformano, appena la conquistano.
I leader devono essere realmente precari. Appena si stabilizzano la democrazia entra in coma.
Palermo, 23 feb. (askanews) – “Una riforma delle Camere di commercio anche in Sicilia non è più rinviabile, ma ipotizzare una dismissione anche parziale del patrimonio degli enti camerali non può tradursi in una ‘svendita’, finalizzata solo a fare cassa per pagare i debiti accumulati negli anni, magari per pagare stipendi d’oro a burocrati e superconsulenti”. Lo ha detto il senatore Franco Campanella (Ilic), commentando gli allegati alla relazione tecnica del disegno di legge regionale di riforma delle Camere di commercio.
“In Sicilia per effetto di una legge regionale del 1962 – ha aggiunto – le pensioni del personale dei nove enti sono a carico delle stesse Camere di commercio siciliane. La vendita del patrimonio deve sottostare a precise regole di trasparenza anche per tutelare l’effettivo rispetto dei diritti acquisiti dal personale in quiescenza”.
“Se il faro – ha concluso – deve essere la spending review e una razionalizzazione della spesa si cominci a fissare un tetto agli stipendi e ad eliminare incarichi e poltrone funzionali solo agli interessi di ‘certa politica’”.
Ho appena letto l’esternazione dell’onorevole #Nuti sull’eventuale discesa in campo di #Landini.
Il #m5s è un problema enorme per la gestione della cosa pubblica italiana.
Non per le istanze che ha dichiarato inizialmente, ma per la tendenza a considerarsi l’unico depositario della verità politica, rifiutando le alleanze.
Questa impostazione ha impedito un uso proficuo dei consensi acquisiti alle politiche del 2013, raggiungendo un accordo con Bersani, che includesse le istanze di cambiamento che gli elettori avevano affidato a #Grillo. Continua a leggere →
Dopo le notizie circolate nei giorni scorsi sul possibile stanziamento di fondi da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per l’esecuzione delle opere di manutenzione straordinaria del porticciolo di Sferracavallo, abbiamo presentato, grazie anche alla sollecitazione degli attivisti e del “comitato cittadino il mare di sferracavallo”, un atto di sindacato ispettivo per sapere se il Ministro in indirizzo, in sede di approvazione della proposta di piano triennale delle opere pubbliche, non intenda, nell’ambito delle opere di manutenzione straordinaria del porticciolo di Sferracavallo, prevedere per quanto di competenza la demolizione del manufatto ed il ripristino dei luoghi, restituendoli alla loro primitiva bellezza.
Quella contro gli “ecomostri”, gravemente incompatibili con l’ambiente naturale circostante, è una battaglia da portare avanti con forza per riscattare il Belpaese dal brutto e per tutelare un territorio fragile come il nostro.